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martedì, aprile 17, 2007

presidio della comunità cinese mercoledì 18 aprile

18 aprile 2007 presidio pacifico in Piazza del Duomo dalle ore 15 alle 18

In risposta ai disordini di giovedì 12 aprile nella zona di Paolo Sarpi, le seguenti Associazioni:
Associazione Cinesi in Milano;
Associazione Cinesi di Wencheng in Lombardia Onlus;
Associazione di Imprenditori Cinesi in Milano
Associazione di Donne Cinesi in Milano
Associazione Generale di Donne Cinesi in Lombardia
Associazione Cinesi di Ruian in Nord d’Italia
Associazione della Comunità Cinese di Wenzhou in Lombardia
Associazione Cinese della Provincia di Zhejiang in Milano


rappresentative della comunità e dei commercianti cinesi a Milano, comunicano che in data 18/04/2007, dalle ore 15 alle ore 18, in Piazza del Duomo, si terrà un presidio pacifico contro la politica repressiva e discriminatoria della Giunta Moratti.

La comunità cinese è per una convivenza pacifica!
Il diritto di lavoro è un diritto inviolabile dell’uomo!
Noi viviamo e lavoriamo nella legalità!
Basta discriminazione, siamo milanesi anche noi!


Aderiscono all’iniziativa:
Associazione Insieme per la pace; Associazione Todo Cambia; Associazione Seconde Generazioni Cinesi; Rivista El Carrete; Rete Scuole; Associazione Cultural de Chile; Sindacato Unicobas; Associazione Studio 3R; Maurizio Pagani (vicepresidente opera nomadi Milano); Circolo ARCI Baia del Re; Scuola d'italiano Driss Moussafir; Pap Khouma (scrittore); Partito Umanista; Centro delle Culture; Luciano Mulhbauer (consigliere regionale); Paradigma associazione; Coordinamento nord sud del mondo; Centro di cultura Italia Asia "G. Scalise"; Comitato Immigrati – Roma; Associazione Perla del Pacifico del Ecuador (Pioltello); Città per Tutti; Naga

domenica, aprile 15, 2007

scheda: la domanda e l'offerta di accoglienza nel comune di Milano

Alcuni dati:

  • nel periodo 21 aprile 2005/27 febbraio 2006[1], a Milano sono pervenute alla Commissione Territoriale 1.052 domande di asilo: 66 sono le persone a cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato; 90 le domande rigettate, a cui è stato concesso un permesso umanitario; per un totale di 156 persone
  • nell’ultimo anno dall’aeroporto di Malpensa sono transitate circa 20 persone a settimana, richiedenti asilo politico
  • per quanto riguarda gli anni passati[2], lo 0,4% della popolazione straniera regolare presente sul territorio italiano è in possesso di permesso umanitario o dello status di rifugiato di cui l’1,6% in Lombardia e l’1,1% in Provincia di Milano (a cui si somma lo 0,7% residente a Milano città) per un totale di circa 2.700 persone.
  • nel 2004 in Lombardia[3] sono stabilmente presenti 975 rifugiati e 800 richiedenti asilo ancora in attesa della risposta della Commissione Nazionale (sono esclusi i titolari di permesso umanitario); per la maggior parte si tratta di uomini (68%), ma il 32% sono donne e il 25% minori (di entrambi i sessi), dato che illustra la notevole presenza di famiglie che si spostano insieme
  • sempre nel 2004, sul totale della popolazione straniera presente in Lombardia si individua un 13,4% di persone che non hanno un alloggio regolare[4] (tra strutture di accoglienza e persone senza fissa dimora tra cui sono incluse occupazioni abusive, baracche e luoghi di fortuna e persone che vivono sul luogo di lavoro).
Per quanto riguarda i dati sull’offerta di strutture di accoglienza: Il Comune di Milano ha un’offerta di 220 posti riservati ai rifugiati, suddivisi in 4 centri, nessuno dei quali prevede l’ospitalità di famiglie; il Consorzio Farsi Prossimo e la Caritas Ambrosiana gestiscono altri 4 centri, nel Comune di Milano, per un totale di 136 posti (di cui 45 riservati ai nuclei famigliari
Nell’area di Varese, Caritas gestisce altre sei strutture (alcune di proprietà di Comune, altre private), per un totale di 112 posti.
Nell’area di Lecco sempre Caritas, attraverso diversi centri collocati in provincia, mette a disposizione 15 posti.

Riassumendo: ci sono 483 posti su tutto il territorio lombardo per accogliere circa 1.000 domande di alloggio da parte di rifugiati e richiedenti asilo ogni anno.

E’ necessario precisare che per avere un’informazione attendibile questo dato va aumentato di circa il 30%, calcolando tutte quelle persone la cui domanda viene esaminata altrove (centro e sud Italia) e che successivamente arrivano nel territorio del Comune chiedendo accoglienza; quindi la domanda di alloggio per rifugiati o richiedenti asilo sul territorio milanese sale a circa 1300 persone ogni anno.

Un’altra precisazione doverosa: queste 1300 persone, da un anno con l’altro, pur non trovando un alloggio adeguato nella maggior parte dei casi, non se ne vanno né si volatilizzano, confermando che la strategia di far finta che non esistano serve a ben poco: di conseguenza di anno in anno aumentano i rifugiati e i richiedenti asilo presenti in città che chiedono un alloggio e di una accoglienza adeguata, che chiedono corsi di italiano, percorsi formativi e orientamento al lavoro.

E che invece trovano posto solo nella ex-caserma di viale Forlanini, sotto il ponte della ferrovia di corso Lodi o sulle aiuole dei Giardini di Porta Venezia.



[1] Fonte Commissione Territoriale per il diritto d’asilo

[2] secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno rielaborati dall’ISMU per il 2004

[3] Secondo ISTAT, sempre su dati del Ministero dell’Interno,

[4] Secondo l’Osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità

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mercoledì, aprile 11, 2007

scheda: richiesta di asilo e protezione umanitaria

nella scheda che si trova nel link qui sopra (inserito nel titolo) si spiega qual'è la procedura per la richiesta di asilo, in base alla vigente legge italiana, e quali sono i diritti di chi viene riconosciuto rifugiato o di coloro che sono destinatari di protezione temporanea (permesso per motivi umanitari).

in fondo tutti i riferimenti di legge che rimandano (cliccandoci sopra) ai relativi testi.

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venerdì, aprile 06, 2007

con i rifugiati di viale Forlanini


Facciamo chiarezza: un richiedente asilo e un rifugiato sono persone che emigrano in condizioni del tutto particolari; sono persone che non hanno una scelta, un progetto migratorio, una prospettiva di futuro sereno da poter pianificare; sono persone che scappano, spesso da un giorno all’altro, dopo aver subito torture che lasciano il segno nel corpo e nell’anima per tutta la vita, abbandonando le famiglie e il loro paese in condizioni di estrema emergenza.

Il loro viaggio non prevede il tempo per chiedere un visto, per fare domanda di ingresso, per prendere un aereo, ma la fatica del deserto, il pericolo del mare, l’angoscia della frontiera e del Centro di Identificazione.

La legge italiana, così carente e poco strutturata in materia di asilo politico, permette a chiunque di fare richiesta, sia al momento dell’ingresso in Italia sia successivamente: una volta identificato qui però un richiedente asilo non può più andare altrove (questi sono gli accordi europei).

La legge italiana riconosce il diritto di asilo in pochissimi casi, mentre un po’ più utilizzato è il mezzo del permesso umanitario, rilasciato a chi fa richiesta di asilo ma non ne ha i requisiti personali, i segni sul corpo..., la documentazione a riprova.

La legge italiana non riconosce altro che il proprio obbligo (a denti stretti) a rilasciare un permesso per soggiornare in Italia, chiamandolo “umanitario”, ma poi si disinteressa di queste persone, lasciandole in mezzo ad una strada.

Questo è quanto sta dietro la situazione di migliaia di rifugiati, in Italia, compresi quelli che da anni transitano per la ex-caserma occupata di Viale Forlanini a Milano.

Si dice che nei porti francesi sulla Manica, nelle zone in cui si nascondono le persone in attesa di un passaggio clandestino per raggiungere la più accogliente Inghilterra, via Forlanini sia una leggenda che passa sulla bocca di tutti: tutti ci sono stati e tutti sperano di non doverci mai tornare.

Il 1 aprile di quest’anno, d’accordo con gli abitanti della ex-caserma, abbiamo fatto una sorta di censimento: su 105 persone (ma gli abitanti effettivi sono almeno il doppio), tutte con permesso di tipo umanitario, per la maggior parte di nazionalità eritrea, solo 1 ha un lavoro eppure tutti sono arrivati da almeno un anno; e quasi nessuno ha seguito un corso di italiano.

I posti letto che il Comune (con gestione diretta oppure con appalti al Terzo Settore) riserva ai rifugiati o alle persone con permesso umanitario sono circa 400, ed è compreso un percorso di sei mesi che prevede la scuola di italiano e l’orientamento personalizzato al lavoro: requisito fondamentale però è di avere un permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura di Milano.

Queste persone, però, per la maggior parte, sbarcano a Lampedusa o lì vicino, e vengono identificate a Crotone, a Foggia, a Bari…poi messe su un treno, pagato dallo Stato fino a Roma, e lì abbandonate.

Arrivare a Milano è quasi ovvio, la capitale economica attira: ma quando arrivano la prospettiva è solo quella di via Forlanini.

Il 12 marzo 2007 Mhari Kidane, 41 anni, eritreo, sposato e con tre figli piccoli, si è suicidato impiccandosi ad un albero appena fuori dalla ex-caserma.

Una settimana dopo un ragazzo di 17 anni, proveniente dalla Guinea Conakry e ospitato nel centro di accoglienza di Viale Fulvio Testi, è stato trovato morto, anche lui impiccato ad un albero nel cortile del Centro.

Due episodi che, senza drammatizzare, devono far riflettere sulla solitudine in cui queste persone sono state lasciate.

E’ dal 2005 che il “caso” di viale Forlanini è stato portato alla luce, ma è da almeno due anni prima che i rifugiati vivono in queste condizioni.


A ottobre del 2005 un gruppo di loro ha occupato lo stabile di via Lecco, raggiungendo l’onore delle cronache e mantenendolo quotidianamente fino a tutto gennaio del 2006: nulla è cambiato.

Ci sono state le elezioni, è cambiata la giunta e anche l’Assessore; sono stati fatti tavoli congiunti in Prefettura in cui Comune, Provincia e Regione hanno ripetutamente dichiarato di fronte ai sindacati e alle associazioni una volontà di cambiamento che sei mesi dopo non ha prodotto nulla di sostanziale.

A fine settembre 2006 un altro gruppo di loro ha occupato per una notte lo stabile dimesso di via Kramer, a 70 persone è stato promesso dal Comune un posto letto, tutti gli altri, insieme ai nuovi quotidiani arrivi, sono ancora in via Forlanini.

Entro breve pubblicheremo del materiale che dà un quadro più preciso della situazione.

Insieme con l’Associazione degli Eritrei e gli abitanti di viale Forlanini, da alcune settimane abbiamo riaperto la questione e ci stiamo incontrando per cercare di individuare i bisogni più urgenti e lavorare insieme a loro perché da un’azione di sostegno possa scaturire una riflessione e un’azione politica che porti finalmente a cambiare qualcosa in questa città così difficile.

chiunque voglia partecipare i lavori è il benvenuto: si tratta di proseguire una riflessione politica seria, cominciata l'anno scorso e poi interrotta, che metta questa città di fronte alle sue responsabilità come luogo di accoglienza e spazio di declinazione corretta delle istanze dei suoi abitanti

mercoledì, aprile 04, 2007

rifugiati a Milano: un piccolo archivio di articoli pubblicati on-line

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=6&ida=&idt=&idart=7520 - “liberi di essere schiavi”, un reportage di peacereporter

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=171170 - il giornale, del 15 aprile 2007

http://www.partecipami.it/?q=blog/438 - sulle azioni di questi giorni a Milano

http://www.asper-eritrea.com/asper/Forlanini07.html - l’appello dal sito di ASPER

www.lasvolta.org/forlanini.html La Svolta con articoli su viale Forlanini

http://www2.unicatt.it/pls/unicatt/mag_gestion_cattnews.vedi_notizia?id_cattnewsT=7021 - dopo via kramer

http://eritrea.splinder.com/ - eritrea news, sulla morte di mhari kidane

http://istintivamente.splinder.com/archive/2006-11 - reportage dalla ex-caserma di novembre 2006

http://www.ecn.org/eterotopia/news/print.php?id=2367 - metro, sulla morte di mhari kidane

http://www.globalproject.info/art-11541.html - reportage, ottobre 2005

http://noborder.spaghettiblog.com/immigrazione/2006/10/27/immigrati-regolari-occupano-un-convento-nel-centro-di-milano/ - no border, sull'occupazione di via kramer

http://italy.indymedia.org/news/2005/11/923560_comment.php - appello dei rifugiati dopo l’occupazione di via Lecco

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/10_Ottobre/25/focarete_profughi.shtml - reportage del corriere, ottobre 2005

http://italy.peacelink.org/migranti/articles/art_14215.html - comunicato stampa di Action dopo l’occupazione di via Lecco

http://www.socialpress.it/breve.php3?id_breve=1027 - comunicato stampa di ARCI dopo l’occupazione di via Lecco

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mercoledì, marzo 14, 2007

rifugiati a Milano: liberazione del 13 marzo 2007

Mehare si è impiccato a un albero, perché a Milano viveva come un topo

Claudio Jampaglia

Domenica notte Mehare si è tolto la vita, impiccandosi con un cavo elettrico a un albero, nei campi che costeggiano il viale dell'aeroporto di Linate. La mattina si era alzato come sempre, negli ultimi mesi, tra i topi e la merda che infestano l'ex-caserma dove sopravviveva con altri settanta profughi. I compagni di sventura raccontano che si è fatto la barba con l'acqua di un secchio e poi e andato in cerca di quella impossibile lotta quotidiana chiamata dignità. Non l'hanno sentito rientrare e nemmeno il vicino di giaciglio sa cosa l'abbia portato ad appendere la sua disperazione a quel ramo. Dicono fosse un tipo tranquillo e che non avrebbero mai sospettato il gesto estremo. Era solo un disperato tra tanti, assediato dallo zero di prospettive per sé e per quei tre figli e quella moglie che gli scrivevano lettere piene di incoraggiamento e di speranza dal paese abbandonato due anni fa. Ma Mehare Kidane a MIlano la speranza l'aveva persa tutta. Ed è inutile parlare di "depressione" come raccontano i giornali. Nessuno di noi riuscirebbe a tollerare nemmeno un decimo di quello che ha vissuto Mehare: la guerra, l'abbandono di tutto ciò che aveva, il deserto tra camion e viaggi a piedi, la traversata del Mediterrano su una carretta, il Cpt e quei tre minuti netti in cui lo Stato italiano gli ha dato un foglio con un timbro, "rifugiato" (e poi arrangiati, Mehare). Sei mesi a Milano, tra notti al freddo in giardinetti e luoghi abbandonati, e poi la speranza che la lotta con gli altri profughi potesse portare almeno un letto al dormitorio. Niente, Milano non gli sorride mai. Ci prova in Svezia e gli sarebbe andata meglio, ma il timbro italiano lo fa rispedire alla casella di partenza, come un pacco postale, ostaggio della non-politica europea e della feroce logica degli ultimi tre governi del "bel paese": uno status di rifugiato non si nega a nessuno, ma guai a metterli in condizione di vita, "altrimenti chissà quanti ne arrivano". Se la cava solo chi è preso in carico da altri: associazioni, familiari, comunità. Nemmeno chi trova un lavoro in nero ce la fa, perché gli manca tutto il resto. Si vive da topi. Tutti lo sanno, tutti siamo colpevoli. Quando la polizia, domenica, ha portato via il corpo, ci sono stati momenti di tensione e manganellate per placare gli altri profughi di viale Forlanini. Oltre alle forze dell'ordine, gli unici presenti erano i volontari del Naga. Il giorno dopo il Comune ha fatto sapere che l'avevano detto che l'ex-caserma era da chiudere e che i profughi devono essere alloggiati dignitosamente. Spetta a loro farlo. Ma il Comune parla, parla, parla. Dopo che ci è scappato il morto, ci si può esercitare nel più disgustoso dei cordogli. Quello di concedere la pietà ai morti, dopo avergliela negata da vivi. Uomini lasciati a vivere come topi possono commettere gesti disperati. Lo temeva anche la Questura. Poi succede e per un giorno si riscarica il barile. Adesso Mahare è all'obitorio, la famiglia lo aspetta in Eritrea. Qualcuno se ne occuperà, probabilmente le associazioni e la comunità eritrea. Perchè anche la pietà per i morti è fatta solo di parole ipocrite.

13/03/2007

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mercoledì, ottobre 25, 2006

rifugiati a Milano: Liberazione del 10 ottobre 2006

Milano, duecentocinquanta profughi accampati nei giardini pubblici

L’Italia gli ha riconosciuto permessi umanitari e da rifugiati per poi lasciarli in strada. Le istituzioni fanno finta di niente, ma l’autunno sta arrivando. La Cgil: «Evitare un altro caso come via Lecco»

Claudio Jampaglia

Protetti sulla carta e abbandonati in strada. Almeno a Milano, con i rifugiati siamo alle solite. Duecentocinquanta donne, uomini e ragazzi eritrei ed etiopi, giunti in Italia con i viaggi della disperazione e ottenuto un permesso umanitario o lo status di rifugiato in attesa di asilo, si ritrovano all’addiaccio, in una vita di stenti che non avevano previsto. E’ la sorpresina che gli regala l’unico paese europeo senza una legge organica in materia di diritto d’asilo, assillato da dieci anni dallo "spettro" immigrazione-clandestinità-delinquenza e pasticcione. Perché in questo caso il reato amministrativo - se esistesse - sarebbe imputabile alle istituzioni: mancato soccorso e inadempienza alle proprie leggi.

L’anno scorso era toccato ai trecento sudanesi, eritrei ed etiopi di "via Lecco", sgomberati dopo mesi di promesse e tira e molla, tra strada, neve e notti all’addiaccio. Cosa succederà ai nuovi arrivati? La domanda se la sono posta la Camera del lavoro di Milano e l’Associazione immigrati eritrei in Italia che hanno denunciato pubblicamente il caso. «Ci sono centinaia di persone titolari di un riconoscimento umanitario da parte delle istituzioni, Questura e Prefettura lo sanno e dovrebbero rispondere con l’ospitalità per dovere istituzionale, non per bontà - ha denunciato Graziella Carneri, responsabile immigrazione della Cgil - siamo già fuori dai limiti della decenza, sta arrivando l’autunno, bisogna intervenire prima che scoppi l’esasperazione». Al momento sono sparsi tra i giardini di viale Vittorio Veneto, in mezzo alle rotaie del tram, qualche panchina e le cacche di cane, e l’ex-caserma di viale Forlanini in prossimità dell’aeroporto di Linate. Lì hanno un tetto, anche se spesso rotto, ma non c’è acqua, luce, gas, sono invasi dai topi e dall’immondizia abbandonata. Un luogo maledetto. » tutto quello che per ora Milano gli ha offerto.

Cosa ne pensi il Comune ancora non si sa. L’amministrazione è cambiata e siamo al primo caso d’emergenza da affrontare. Di sicuro, latita la prefettura. D’altronde l’appello di Cgil, Arci, Naga, Casa della carità e diverse associazioni per aprire un tavolo profughi è rimasto lettera morta dalla scorsa primavera. Cose che capitano, come non sapere ancora come è stato speso il milione di euro di fondo straordinario incassato dalla vecchia giunta proprio nel pieno della crisi di via Lecco. Le similitudini col caso esploso a Natale 2005 al momento si limitano alla medesima condizione dei profughi, gli stessi luoghi abbandonati e l’identico far finta delle istituzioni. Allora per diventare un caso cittadino occuparono uno stabile abbandonato in via Lecco e finirono sgomberati, passando notti sotto la neve, tra fughe in Svizzera e container al posto di case… Ne pagarono le spese tutti quanti, anche quelli che ora seguono i corsi di italiano e avviamento al lavoro. E da allora di diverso c’è solo un nuovo centro d’alloggio in viale Fulvio Testi che si aggiunge agli altri quattro esistenti per una capienza complessiva di 220 posti letto, tutti occupati.

Ma perché governo e istituzioni locali fanno finta di non sapere che i profughi dal Corno sono aumentati in questi anni e, a meno di bombardare i barconi, da questo processo non si scappa. Basterebbe ascoltare le loro storie per capirlo, c’è chi fugge dalla guerra, chi è disertore, chi oppositore politico con galera e botte sulle spalle, chi scappa perché la sua casa non esiste più, chi ha figli piccoli e un marito scomparso al fronte. Arrivati a Lampedusa e smistati nei centri d’identificazione a Crotone, Trapani, Foggia, Bari hanno atteso il colloquio; cinque minuti in media, trenta quando il rifugiato denuncia qualcosa di davvero grosso, per un permesso umanitario di un anno nel primo caso e uno da rifugiato per due anni nel secondo, accompagnamento alla stazione e un consiglio: puntate a Nord. Qui è come se rimbarcassero, soli, senza informazioni e col solito giochino delle tra carte. «All’ufficio immigrazione del Comune gli viene chiesto di registrare il permesso alla Questura di Milano, perché non essendo residenti non avrebbero diritto, in Questura gli dicono che per ottenere il cambio di città sul permesso devono dimostrare di abitare da qualche parte - denuncia Michael Kidanemariam dell’associazione eritrei - sono due anni che solleviamo la questione, scriviamo a tutti, adesso basta, l’Italia non può accogliere profughi e poi buttarli in strada». Con un aggravio per i rifugiati, quelli che dovrebbero avere la protezione più alta, a cui non è permesso di lavorare nei primi sei mesi. Devono vivere d’aria.

E loro cosa ne pensano? Ti guardano allibiti e continuano a chiederti se è proprio vero che da noi funziona così. Se ne andrebbero volentieri, ma non possono, perché l’Italia li ha riconosciuti e gli altri paesi europei li rispedirebbero immediatamente qua. Sono ostaggi. Se alzano la voce e provano a risolversi la questione da soli, ad esempio occupando, commettono un reato e perdono il permesso. Se stanno zitti, al meglio rimangono nei giardinetti. Ovviamente i pochi con parenti, conoscenti o qualche risorsa se ne sono già andati. Rimangono quelli emigrati di fretta, in fuga, senza possibilità di prepararsi un futuro. Qui non gli è andata meglio, per ora. Da domenica non mangiano perché le mense della carità sono chiuse e ritengono un lusso riuscire a farsi la doccia due volte alla settimana. Vivono come bestie, nell’indifferenza di Milano, Italia, nel secondo atto di una tragica storia di ipocrisia politica e istituzionale.

10 ottobre 2006

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domenica, ottobre 22, 2006

rompiamo il silenzio, chiudiamo i CPT

sabato 28 ottobre 2006, alle 15,00 - PRESIDIO-CONCERTO con les Ambassadeurs dal Senegal e les Anarchiste dalla Toscana - MILANO, piazza S.Gerolamo (all'inizio del Cavalcavia Buccari, dove si imbocca via Corelli)

perchè si rompa il muro di silenzio che copre le espulsioni e i tratenimenti dei cittadini stranieri

per chiudere i centri di permanenza temporanea

per uscire dalla politica della repressione e affermare la nostra volontà al rispetto di tutti e di tutte

prime adesioni:
Arci Milano - Arciragazzi Milano – Ass. Al Qafila - Ass. Azad – Berretti Bianchi Lombardia - Comunità Kurda Milano - Attac Milano - Bastaguerra Milano - Centro delle Culture - Comitato Intercomunale per la Pace del Magentino - Coordinamento Immigrati Bergamo - Coordinamento nord sud del mondo – CRIC - Fiom Milano – Naga – Leoncavallo spa - Opera Nomadi Milano - Rivista Guerre&Pace – SinCobas – Todo Cambia - Giovani Comunisti Milano - Associazione Sinistra Rossoverde – Mov. per il PCL Milano - Partito della Rifondazione Comunista Milano - Partito Umanista Franco De Alessandri (segr. gen. Fillea-Cgil Lombardia) - Tommaso Vitale, Alberto Giasanti (Università di Milano Bicocca) - Andrea Membretti (Università di Pavia) - Bruno Cousin (dottorando in Sociologia) – Fabrizio Casavola (Mahalla) - Gigi Malabarba (ex senatore Prc) – Franco Vanzati (Cgil Pavia) – Mario Agostinelli, Luciano Muhlbauer, Osvaldo Squassina (cons. reg. Lombardia, Prc) – Giorgio Roversi (resp. dip. immigrazione Cgil Lombardia) - Vittorio Agnoletto (europarlamentare Prc-Gue) – Piero Maestri (cons. prov. MI, Prc) – Paolo Limonta (insegnante elementare)


info e adesioni: citta.pertutti@yahoo.it

per vedere le adesioni aggiornate cliccare sui commenti
per scaricare il volantino cliccare sul titolo


lunedì, luglio 03, 2006

l'assemblea del 23 settembre e il percorso di costruzione

La data del 7 ottobre 2006 è stata indicata dal Forum Sociale di Atene e da quello delle Migrazioni di Madrid come giornata internazionale di mobilitazione per la chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea e l'abolizione della attuali politiche europee sull'immigrazione, compresa la Bossi-Fini.
Per arrivare a questa data con l'adeguata preparazione, si è deciso di proporre, a livello locale, un'assemblea pubblica per il 23 settembre 2006: l'assemblea sarà il momento in cui invitare tutti i soggetti interessati a una convocazione di piazza che riesca a fare proprie sia le rivendicazioni nazionali (abrogazione della Bossi-Fini, regolarizzazione a regime, chiusura dei CPT) che quelle locali presenti in Città Per Tutti (le tematiche dalla scuola, del lavoro nero, delle discriminazioni nell'accesso alla casa e ai servizi, ecc.) in un'ottica di condivisione e corresponsabilità della gestione del percorso che porta all'assemblea e poi alla manifestazione, e degli eventi stessi, tra rappresentanza italiana e immigrata.
l'ELEMENTO POLITICO E CULTURALE CHE L'ASSEMBLEA E LA MANIFESTAZIONE DEVONO VEICOLARE è IL PROTAGONISMO DEGLI IMMIGRATI.
Su questo punto l'ultima riunione si è particolarmente soffermata: il protagonismo degli immigrati che interessa a CittàPerTutti non è solo quello della gestione del palco, ma, in un'ottica di crescita comune ci si impegna affinchè il protagonismo e la partecipazione degli immigrati siano messi in campo a partire dalla costruzione del percorso, nell'assemblea e nella partecipazione alla piazza, senza introdurre elementi di discriminazione sulla presenza o sulla corresponsabilità tra organizzazioni immigrate e italiane.

L'assemblea ha deciso di ri-convocarsi per il 17 luglio 2006 alle 20,00 presso ARCI MILANO (via adige 11), annullando la precedente convocazione del 6 luglio così da avere più tempo per inserire questo nuovo impegno del quadro delle dinamiche nazionali.

lunedì, giugno 26, 2006

prossimi incontri

ci vediamo:
MERCOLEDì 28 GIUGNO 2006 ALLE 20,00 PRESSO ARCI MILANO (via adige 11), per parlare delle proposte per un'Assemblea pubblica a Settembre

LUNEDì 17 LUGLIO 2006 ALLE 20,00 PRESSO ARCI MILANO (via adige 11) per fare il punto dei gruppi di lavoro e proseguire i lavori per la cotruzione dell'Assemblea

domenica, giugno 18, 2006

l'ultimo incontro, giovedì 15 giugno 2006

la rete che comprende gli aderenti alla "Città per Tutti" si sta definendo e dando alcuni primi obiettivi di lavoro.
Gli ultimi due incontri (quello del 15 giugno e quello precedente del 6 giugno 2006) sono stati incentrati principalmente sulla esplicitazione degli obiettivi prioritari di ciascuna realtà partecipante e sulle competenze che ciascuno può mettere in gioco.
Alla fine i temi che sono stati citati da più parti e su cui si è deciso di concentrare l'attività di queste prime fasi di lavoro sono i seguenti:
  • ricominciare a parlare di Centri di Permanenza Temporanea, a partire dal protocollo di intesa che lo scorso anno alcune realtà stavano concordando con la Prefettura
  • combattere il lavoro nero attraverso lo strumento della "protezione sociale", utilizzando l'art.18 della legge Turco-Napolitano
  • fare pressione perchè la Provincia, il Comune, la Questura e la Prefettura avviino il percorso per il passaggio delle competenze in merito ai permessi di soggiorno dalla Questura ai Comuni, proponendo l'accreditamento delle associazioni e delle realtà locali
  • ragionare su un lavoro di riappropriazione dei percorsi multiculturali all'interno delle scuole
  • costruire una rete e lavorare a stretto contatto con le realtà di quartiere per diffondere capillarmente le informazioni in merito alle attività di questo gruppo di lavoro e coinvolgere quanti più soggetti interessati sia possibile
  • approfondire la riflessione su cosa è possibile fare per lavorare allo scopo di ottenere un rafforzamento della rappresentatività delle associazioni migranti
  • decidere se dare o meno una forma organizzata a questo gruppo di lavoro
  • ragionare sulla costruzione di una assemblea da tenersi nel mese di settembre e sulle forme della partecipazione alla manifestazione del 7 ottobre in tema di immigrazione
Ognuna di queste tematiche costituisce un gruppo di lavoro (aperto) che si riunirà autonomamente e che periodicamente metterà al corrente dei suoi sviluppi tutta la rete.

Nel prossimo incontro discuteremo dell'eventulità di organizzare un'assemblea nel mese di settembre, delle forme e degli obiettivi con cui la immaginiamo.

giovedì, maggio 25, 2006

aggessione razzista a milano

ieri il noto intellettuale e scrittore Pap Khouma è stato aggredito da due dipendenti in divisa dell'Azienda Tramviaria Milanese (ATM). Ricostruire lo svolgimento dei fatti è utile perchè ancora una volta ci dimostra a quanta arbitrarietà e illegittimità i cittadini sono costretti.
Il controllo è stato effettuato quando lo scrittore era già sceso dal tram da diversi minuti e di conseguenza non rientrava nei compiti dei controllori di ATM, che invece, al grido di "sei a casa nostra e devi seguire le nostre regole" hanno deciso di effettuarlo comunque a calci e pugni.
Desideriamo esprimere a Pap Khouma la nostra piena e totale solidarietà e denunciare con forza l'inammissibilità di questo tipo di comportamenti: è davvero questa la società in cui volgiamo vivere??
La violenza e il razzismo che sottostanno in maniera evidente a questo tipo di comportamenti e, in maniera meno evidente ma non meno grave, a tutta una serie di episodi a cui i cittadini immigrati sono quotidianamente sottoposti, fotografano una societa' debole, spaventata e ottusa che di fronte alle sue incertezze sociali e culturali si sente legittimata a reagire liberamente con le aggressioni e gli insulti.
Pap Khouma è cittadino italiano, ma il colore della sua pelle è nero, e questo è motivo sufficiente per scatenare un'aggressività incontrollata da parte di chi le famose "regole" dovrebbe fare rispettare.
No, non è questa la socità in cui volgiamo vivere!
Sempre ieri, nel Rapporto di Amnesty 2006, l'Italia ne è uscita ancora una volta sconfitta, con un livello di rispetto dei diritti umani giudicato troppo basso per un paese che si definisce civile e democratico.
Il rispetto dei diritti umani non è un concetto astratto e non può essere accompagnato da deboli giustificazioni: o siamo pronti, oggi, adesso! a impegnarci perchè sia pienamente realizzato oppure dimentichiamo Pap Khouma e tutti gli episodi di razzismo e discriminazione che avvengono nei posti di lavoro, nelle strade, negli uffici pubblici, nelle metropolitane.
E speriamo di non trovarci mai di fronte un controllore aggressivo, o, in un futuro non troppo lontano, di non essere per qualche motivo "diversi" dall'ambiente circostrante: di non avere i capelli troppo ricci o un cappellino stravagante, un simbolo religioso non conforme o un accento troppo strano perchè potremmo venire aggrediti a nostra volta senza che nessuno trovi necessario protestare.
Vogliamo questo...? noi NO.

NAGA, ARCI, TODO CAMBIA, SINCOBAS, Associazione dei Senegalesi di Milano e Provincia (ASMP), Associazione immigrati senegalesi di Yoff e amici in Italia (AYSIA), PRC Milano

venerdì, maggio 19, 2006

avviamo il percorso di una "città per tutti": ci vediamo il 6 giugno 2006 presso l'ARCI

Il 10 maggio alla Casa della Cultura abbiamo reso visibile il percorso politico di tutte le realtà che si sono ritrovate nell'idea di città che il documento "CittaPerTutti" ha posto.
Il 10 maggio l'assemblea si era data un secondo appuntamento per il 23 maggio, per discutere insieme su come dare vita concretamente alla Milano che vorremmo e su come restituire a Ferrante il nostro impegno politico.

Nei giorni successivi, molti dei presenti ci hanno segnalato la difficoltà di partecipare all'incontro in quella data e anche l'utilità di incontrarci di nuovo dopo il risultato delle elezioni comunali.
Di conseguenza abbiamo pensato di spostare l'incontro al 6 giugno 2006 alle 21,00 presso ARCI MILANO (via Adige, 11)

Il 6 giugno decideremo insieme come proseguire il nostro percorso a partire dalle propste concrete che verranno e come rendere chiara al nuovo Sindaco la presenza di un percorso politico che vuole trasformare Milano.

VI ASPETTIAMO.

mercoledì, aprile 26, 2006

Città Per Tutti

cliccando sul titolo è possibile vedere il documento

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per aderire

basta inviare una mail a citta.pertutti@libero.it

naturalmente possono aderire sia organizzazioni, che associazioni, gruppi informali e persone singole.
tutte le nuove adesioni sono raccolte tra i commenti allegati a questo post, per vederle fare clic su "comments"