Facciamo chiarezza: un richiedente asilo e un rifugiato sono persone che emigrano in condizioni del tutto particolari; sono persone che non hanno una scelta, un progetto migratorio, una prospettiva di futuro sereno da poter pianificare; sono persone che scappano, spesso da un giorno all’altro, dopo aver subito torture che lasciano il segno nel corpo e nell’anima per tutta la vita, abbandonando le famiglie e il loro paese in condizioni di estrema emergenza. Il loro viaggio non prevede il tempo per chiedere un visto, per fare domanda di ingresso, per prendere un aereo, ma la fatica del deserto, il pericolo del mare, l’angoscia della frontiera e del Centro di Identificazione.
La legge italiana, così carente e poco strutturata in materia di asilo politico, permette a chiunque di fare richiesta, sia al momento dell’ingresso in Italia sia successivamente: una volta identificato qui però un richiedente asilo non può più andare altrove (questi sono gli accordi europei).
La legge italiana riconosce il diritto di asilo in pochissimi casi, mentre un po’ più utilizzato è il mezzo del permesso umanitario, rilasciato a chi fa richiesta di asilo ma non ne ha i requisiti personali, i segni sul corpo..., la documentazione a riprova.
La legge italiana non riconosce altro che il proprio obbligo (a denti stretti) a rilasciare un permesso per soggiornare in Italia, chiamandolo “umanitario”, ma poi si disinteressa di queste persone, lasciandole in mezzo ad una strada.
Questo è quanto sta dietro la situazione di migliaia di rifugiati, in Italia, compresi quelli che da anni transitano per la ex-caserma occupata di Viale Forlanini a Milano.
Si dice che nei porti francesi sulla Manica, nelle zone in cui si nascondono le persone in attesa di un passaggio clandestino per raggiungere la più accogliente Inghilterra, via Forlanini sia una leggenda che passa sulla bocca di tutti: tutti ci sono stati e tutti sperano di non doverci mai tornare.
Il 1 aprile di quest’anno, d’accordo con gli abitanti della ex-caserma, abbiamo fatto una sorta di censimento: su 105 persone (ma gli abitanti effettivi sono almeno il doppio), tutte con permesso di tipo umanitario, per la maggior parte di nazionalità eritrea, solo 1 ha un lavoro eppure tutti sono arrivati da almeno un anno; e quasi nessuno ha seguito un corso di italiano.
I posti letto che il Comune (con gestione diretta oppure con appalti al Terzo Settore) riserva ai rifugiati o alle persone con permesso umanitario sono circa 400, ed è compreso un percorso di sei mesi che prevede la scuola di italiano e l’orientamento personalizzato al lavoro: requisito fondamentale però è di avere un permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura di Milano.
Queste persone, però, per la maggior parte, sbarcano a Lampedusa o lì vicino, e vengono identificate a Crotone, a Foggia, a Bari…poi messe su un treno, pagato dallo Stato fino a Roma, e lì abbandonate.
Arrivare a Milano è quasi ovvio, la capitale economica attira: ma quando arrivano la prospettiva è solo quella di via Forlanini.
Il 12 marzo 2007 Mhari Kidane, 41 anni, eritreo, sposato e con tre figli piccoli, si è suicidato impiccandosi ad un albero appena fuori dalla ex-caserma.
Una settimana dopo un ragazzo di 17 anni, proveniente dalla Guinea Conakry e ospitato nel centro di accoglienza di Viale Fulvio Testi, è stato trovato morto, anche lui impiccato ad un albero nel cortile del Centro.
Due episodi che, senza drammatizzare, devono far riflettere sulla solitudine in cui queste persone sono state lasciate.
E’ dal 2005 che il “caso” di viale Forlanini è stato portato alla luce, ma è da almeno due anni prima che i rifugiati vivono in queste condizioni.
A ottobre del 2005 un gruppo di loro ha occupato lo stabile di via Lecco, raggiungendo l’onore delle cronache e mantenendolo quotidianamente fino a tutto gennaio del 2006: nulla è cambiato.
Ci sono state le elezioni, è cambiata la giunta e anche l’Assessore; sono stati fatti tavoli congiunti in Prefettura in cui Comune, Provincia e Regione hanno ripetutamente dichiarato di fronte ai sindacati e alle associazioni una volontà di cambiamento che sei mesi dopo non ha prodotto nulla di sostanziale.
A fine settembre 2006 un altro gruppo di loro ha occupato per una notte lo stabile dimesso di via Kramer, a 70 persone è stato promesso dal Comune un posto letto, tutti gli altri, insieme ai nuovi quotidiani arrivi, sono ancora in via Forlanini.
Entro breve pubblicheremo del materiale che dà un quadro più preciso della situazione.
Insieme con l’Associazione degli Eritrei e gli abitanti di viale Forlanini, da alcune settimane abbiamo riaperto la questione e ci stiamo incontrando per cercare di individuare i bisogni più urgenti e lavorare insieme a loro perché da un’azione di sostegno possa scaturire una riflessione e un’azione politica che porti finalmente a cambiare qualcosa in questa città così difficile.
chiunque voglia partecipare i lavori è il benvenuto: si tratta di proseguire una riflessione politica seria, cominciata l'anno scorso e poi interrotta, che metta questa città di fronte alle sue responsabilità come luogo di accoglienza e spazio di declinazione corretta delle istanze dei suoi abitanti